Con l’arrivo dell’autunno, si chiude simbolicamente la stagione irrigua, un momento che impone una riflessione profonda, non più basata su semplici percezioni, ma su dati scientifici concreti. L’annata trascorsa ha confermato una tendenza ormai validata dai numeri: la gestione della risorsa idrica è diventata una sfida strategica, dominata da un’alternanza di eventi climatici estremi. I report ufficiali certificano come lunghi periodi di siccità e ondate di calore si alternino a precipitazioni violente e concentrate, mettendo a dura prova l’equilibrio di un territorio la cui vocazione agricola dipende interamente dalla disponibilità d’acqua. L’estate del 2025 nel territorio del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo ha manifestato una spiccata e problematica mutevolezza climatica, definita non dalla quantità totale di pioggia, ma dalla sua distribuzione estrema e irregolare. A un giugno eccezionalmente caldo, che ha visto l’area consortile risentire della tendenza regionale con un deficit di precipitazioni del -38% e piogge concentrate solo in isolati temporali, è seguito un luglio che ha esasperato la disomogeneità pluviometrica. Infatti, mentre alcune zone del comprensorio venivano colpite da violenti nubifragi, altre rimanevano quasi a secco: ne è un chiaro esempio l’area veronese, ai margini meridionali del territorio consortile, che ha registrato per l’intero mese un cumulato di soli 25 mm. Questa tendenza a fenomeni intensi e localizzati è proseguita ad agosto, con le ultime precipitazioni ancora una volta localizzate e dal carattere di nubifragio. Questa alternanza imprevedibile, tra periodi asciutti ed episodi di pioggia eccessiva e circoscritta, crea non pochi problemi nella gestione idrica da parte del Consorzio, con continue operazioni d’invaso e di svaso della rete scolante e irrigua, sempre più spesso sulla scorta di indicazioni meteo approssimative, proprio per l’imprevedibilità dei fenomeni. Sono i dati reali degli ultimi anni a descrivere perfettamente questa nuova e complessa normalità climatica, incarnata da eventi opposti e ravvicinati. Da un lato, abbiamo vissuto l’anno della siccità estrema, il 2022: secondo il rapporto “Acque in Veneto” di ARPAV, si è registrato un deficit pluviometrico medio del 30%, con picchi del -50% sui bacini montani. Il fiume Adige, da cui il LEB preleva l’acqua, ha raggiunto a luglio 2022 i minimi storici, con una portata a Boara Pisani scesa a soli 80 m³/s contro una media storica di circa 250 m³/s. In netto contrasto, l’anno successivo ha mostrato il volto opposto del problema. A maggio 2023, alcune aree del Veneto sono state colpite da eventi alluvionali, con picchi di oltre 200 mm di pioggia in 48 ore, un quantitativo che normalmente cade in più di un mese. Più o meno la stessa situazione si è verificata anche nel 2024. Questa drammatica alternanza dimostra come il problema non sia solo la mancanza d’acqua, ma anche la sua gestione durante eventi di piena improvvisi, rendendo la programmazione irrigua un esercizio di ingegneria idraulica sempre più complesso. In questo scenario, il canale LEB (Lessini-Euganei-Berici), progettato negli anni ’60 e pienamente operativo dal 1971, si conferma l’arteria vitale del sistema idrico locale. La sua funzione è regolata da un decreto di concessione che stabilisce con precisione i volumi massimi prelevabili dall’Adige, calibrati sul fabbisogno agricolo stagionale: 21 m³/s ad aprile, 24 a maggio, 31 a giugno, 34 a luglio (il picco), 32 ad agosto e 27 a settembre. Di questo imponente volume, circa il 50% è di competenza del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo, che ogni stagione deriva dal canale circa 150 milioni di metri cubi d’acqua per destinarli alle campagne. Se si considera che gli altri punti di approvvigionamento irriguo sono le 20 prese dirette dall’Adige, per un quantitativo residuale di soli 3 metri cubi al secondo, si capisce bene che cosa significhi in termini di portata strategica per l’intero territorio l’esistenza del LEB. Cifre come questa sono essenziali per comprendere la dimensione dello sforzo ingegneristico ed economico, spesso invisibile, necessario per portare la risorsa idrica nei campi. La spina dorsale di questa imponente operazione è una rete di canali lunga 1.856 km – un’estensione pari alla distanza tra Este e Stoccolma – che movimenta un volume d’acqua tale da creare un lago virtuale lungo 15 chilometri e largo 10, con una profondità di un metro. Garantire questo servizio ha un costo energetico diretto e notevole: circa 3 milioni di euro l’anno, necessari ad alimentare gli impianti di pompaggio che spingono la risorsa vitale dove la gravità, da sola, non può arrivare. Per comprendere l’importanza vitale del canale LEB, è necessario fare un passo indietro, a prima della sua costruzione, quando il futuro agricolo di questa terra era tutt’altro che scontato. L’area veneta tra i fiumi Adige e Brenta soffriva infatti di un paradosso idrico: i suoi fiumi, privi di riserve naturali come ghiacciai o nevai, vedevano le loro portate diventare irrisorie proprio nei mesi estivi, quando l’acqua era più necessaria. Questa cronica carenza rappresentava un freno insormontabile allo sviluppo, tanto che già alla fine degli anni ’50, tecnici come D. Longhi e R. Mainardi descrivevano quest’area come una “zona di sottosviluppo”. Fu da questa consapevolezza che nacque l’idea, allora visionaria, di trasferire parte delle acque del fiume Adige ai fiumi del Veneto centrale. Senza la realizzazione di quest’opera, oggi, l’agricoltura specializzata e produttiva che conosciamo in questo territorio semplicemente non esisterebbe; sarebbe rimasta un’aspirazione bloccata dalla siccità estiva, ancor prima del manifestarsi degli effetti del cambiamento climatico. Il canale LEB rappresenta quindi il punto di partenza di un’articolata rete idrica che porta la risorsa nel cuore della pianura, iniziando il suo “viaggio” a Bova di Belfiore, dove preleva l’acqua dall’Adige, per poi raggiungere il Bacchiglione a Montegaldella. Ma il vero giro dell’acqua avviene lungo il tragitto, dove, attraverso manufatti e sifoni, il canale distribuisce le sue acque a fiumi e canali di importanza strategica come il Sarega, il Zerpano e il Fratta. In particolare, la portata viene immessa nel fiume Guà, da cui si dirama l’irrigazione per l’ampia area del Montagnanese e dell’Estense. Un punto cruciale di questo percorso si trova a Este, dove un collegamento idraulico permette di trasferire l’acqua dal fiume Frassine al canale Bisatto in aggiunta a quella immessa dal canale tubato LEB in località Ponte di Barbarano, estendendo l’irrigazione fino ai territori a sud-est di Este e Monselice, raggiungendo anche l’intera rete della Fossa Paltana. Ma a che cosa serve realmente tutta quest’acqua? I dati relativi alle colture ci offrono uno spaccato rivelatore della vocazione agricola del territorio, una vocazione saldamente legata alla disponibilità idrica. L’analisi delle superfici ci mostra che l’acqua non è un semplice “aiuto” alla produzione, ma l’asse portante di un’economia che si regge su colture idroesigenti. Il mais, ad esempio, con i suoi 43.653 ettari, domina quasi la metà del paesaggio agricolo (oltre il 42%), seguito da altri cereali (21,9%), soia (7,1%) e foraggere (6,6%). Queste non sono solo percentuali, ma la fotografia di una produzione intensiva che non potrebbe sostenersi senza un’irrigazione massiccia. Anche colture di minoranza, ma di grande valore, come la vite e le ortive, dimostrano come ogni goccia d’acqua del sistema LEB venga utilizzata per garantire qualità e quantità. Da qui l’importanza anche degli ultimi interventi che recentemente l’hanno interessato, per garantire un flusso continuo, sicuro ed efficiente di acqua a una delle aree agricole più strategiche del Veneto, riducendo gli sprechi e migliorando la sicurezza e la resilienza climatica. In due anni sono stati eseguiti lavori di manutenzione straordinaria su oltre 20 chilometri di tracciato, senza mai interrompere il servizio irriguo agli oltre 80.000 ettari di terreni coltivati, nelle campagne tra Verona, Vicenza e Padova. La regolazione dei flussi idrici è ora più precisa, grazie anche all’uso di microdeviazioni e canali naturali minori. Al centro dell’intervento c’è anche l’innovazione tecnologica: grazie al PNRR, è stato sviluppato un avanzato sistema di modellazione idrologica basato su dati satellitari, in collaborazione con università italiane e internazionali. Questo strumento sarà in grado di prevedere con 15–20 giorni di anticipo il fabbisogno idrico del territorio, rendendo più efficiente la gestione della risorsa e ottimizzandone le allocazioni. Avere a disposizione una fonte strategica come il LEB è una condizione necessaria ma non sufficiente per il futuro. I dati evidenziano infatti diverse aree critiche su cui intervenire con urgenza. La prima sfida riguarda la copertura incompleta del territorio: i piani di sviluppo del Consorzio mostrano come, a fronte di un’area ovest ben servita di 46.000 ettari, esista una zona est di circa 22.000 ettari ancora priva di un sistema irriguo strutturato e quindi altamente vulnerabile alla siccità. A ciò si aggiunge il problema cruciale dell’efficienza della rete. Studi nazionali dell’ISTAT indicano che l’efficienza delle reti irrigue a cielo aperto, come gran parte di quella esistente, si attesta mediamente tra il 40% e il 55%, il che significa che quasi metà dell’acqua viene persa per evaporazione e infiltrazioni. Per questo, i fondi del PNRR hanno destinato al Veneto circa 180 milioni di euro per la modernizzazione, tramite l’impermeabilizzazione dei canali e l’installazione di sistemi di telecontrollo. A pesare su ogni possibile soluzione è infine la lentezza burocratica e finanziaria. Il progetto del “Tubone” (la condotta Pfas Free) è un caso di studio, con una gestazione di oltre un decennio. Come denunciato da ANBI Veneto, questa lentezza è aggravata dal fatto che i consorzi veneti dipendono quasi esclusivamente dai fondi del MASAF, a differenza di altre Regioni dove l’amministrazione locale co-finanzia le opere, accelerandone la realizzazione. È dunque evidente che la resilienza idrica del territorio non può più essere delegata unicamente ai Consorzi. È necessaria un’azione sinergica che includa l’innovazione tecnologica in agricoltura, la velocizzazione degli iter autorizzativi e una pianificazione strategica che veda nell’acqua non una risorsa da sfruttare, ma un patrimonio da gestire con la massima efficienza e lungimiranza.
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