L’Assemblea approva la scelta del Consiglio di Amministrazione: il Consorzio si assume la responsabilità di garantire la continuità del cantiere, già realizzato per oltre il 70 per cento. Autorizzato un finanziamento fino a 5 milioni di euro per completare l’opera. Resta ferma la richiesta di sostegno a Stato e Regione
C’è un’opera infrastrutturale già realizzata per oltre il 70 per cento e c’è, insieme, un territorio che da più di un decennio convive con le conseguenze della contaminazione da PFAS e con le criticità della qualità dell’acqua legate alle attività industriali nei territori a monte dell’asta del fiume Fratta. E’ dentro questa duplice dimensione, infrastrutturale e ambientale, che va letta la decisione assunta dall’Assemblea del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo, che lo scorso 10 settembre ha approvato il ricorso al credito per consentire la prosecuzione e il completamento del “Tubone” PFAS-Free.
L’Assemblea ha autorizzato un finanziamento fino a un massimo di 5 milioni di euro, destinato esclusivamente all’ultimazione dell’opera. Si tratta del limite massimo entro il quale il Consorzio potrà ricorrere al credito: l’importo effettivamente utilizzato sarà definito in relazione al fabbisogno necessario per completare l’intervento, alle eventuali ulteriori risorse pubbliche che dovessero rendersi disponibili e alle economie che potranno emergere nella fase conclusiva dei lavori.
L’esigenza finanziaria nasce dall’evoluzione del quadro economico dell’intervento rispetto alle condizioni originarie. Nel corso dell’esecuzione dell’appalto si sono infatti sommati l’eccezionale incremento dei prezzi dei materiali da costruzione, dei prodotti energetici, dei trasporti e delle lavorazioni specialistiche, le conseguenze dell’alluvione del maggio del 2024, le interferenze e le criticità tecniche emerse durante i lavori e l’evoluzione della normativa sulla revisione dei prezzi.
Il Consorzio ha progressivamente utilizzato le risorse disponibili nel quadro economico dell’opera, comprese le economie di gara e gli accantonamenti, ha fatto ricorso agli strumenti previsti dalla normativa statale per la compensazione degli aumenti dei prezzi e ha attivato le interlocuzioni con il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e con le altre amministrazioni competenti alla ricerca di ulteriori risorse. Questo percorso ha consentito di garantire la continuità dell’appalto e di portare l’opera allo stato di avanzamento attuale, ma non è stato sufficiente a coprire l’intero fabbisogno necessario per la conclusione dei lavori.
Alla data dell’ultimo Stato di Avanzamento Lavori, l’intervento ha superato il 75 per cento dell’importo contrattuale. La parte largamente prevalente dell’infrastruttura è quindi già stata realizzata e le lavorazioni residue costituiscono la fase conclusiva indispensabile per rendere pienamente operativo il nuovo sistema irriguo.
Il Consorzio ha scelto di intervenire direttamente proprio per evitare che l’incertezza sulla disponibilità di ulteriori finanziamenti pubblici possa tradursi in un rallentamento o in una sospensione dei lavori. Allo stato attuale, infatti, non risultano disponibili risorse pubbliche immediatamente utilizzabili in misura sufficiente a garantire il completamento dell’intervento. Attendere l’eventuale assegnazione di nuovi finanziamenti significherebbe prolungare la fase esecutiva, con il rischio di ulteriori oneri e di compromettere il pieno conseguimento degli obiettivi per i quali l’opera è stata finanziata.
Resta tuttavia ferma la richiesta del Consorzio a Stato e Regione Veneto di concorrere alla copertura del fabbisogno ancora necessario e dei maggiori costi maturati nel corso della realizzazione. Il ricorso al credito viene infatti considerato uno strumento necessario per garantire la continuità dell’intervento, non la rinuncia alla ricerca di una diversa e più ampia copertura finanziaria.
La decisione dell’Assemblea fa propria quella già assunta dal Consiglio di Amministrazione alla metà di luglio e consente di dare continuità a un progetto del valore complessivo di oltre 44 milioni di euro, nato per sottrarre l’irrigazione agricola del comprensorio alla dipendenza dal sistema del Fratta-Gorzone. Il “Tubone” porta infatti acqua dell’Adige, attraverso il LEB, verso le reti irrigue dei distretti Guà, Monastero e Fratta, tra basso veronese e bassa padovana, creando una separazione fisica tra l’approvvigionamento irriguo e il sistema idrico interessato dalla contaminazione.
È questo il punto in cui l’opera assume un significato che va oltre la sua dimensione strettamente infrastrutturale. La contaminazione da PFAS, individuata dalla Regione Veneto nel 2013, ha interessato una vasta porzione del territorio regionale e ha richiesto negli anni misure straordinarie di tutela ambientale e sanitaria.
Il territorio agricolo interessato dal “Tubone” ha quindi pagato un prezzo particolarmente pesante in termini di preoccupazione, disagio e conseguenze sulla propria attività. L’opera non elimina la contaminazione del Fratta-Gorzone e non pretende di essere la soluzione complessiva al problema PFAS, ma interviene su uno dei possibili percorsi della contaminazione verso la produzione agricola, sostituendo la fonte irrigua con acqua proveniente dall’Adige. Il “Tubone” è l’unico intervento infrastrutturale messo in campo su questo fronte e il suo significato va però oltre la tutela delle produzioni agricole: riguarda più in generale l’ambiente e le comunità del territorio, perché la presenza delle acque del Fratta non interessa soltanto i campi, ma anche aree verdi e giardini privati e si inserisce nel più ampio sistema delle acque sotterranee, una risorsa utilizzata anche per gli usi civili. Proprio per questo, per il Consorzio, lasciare incompiuta un’infrastruttura già realizzata in misura così rilevante significherebbe non soltanto disperdere una parte consistente dell’investimento già effettuato, ma rinunciare a portare a compimento una risposta attesa da anni a problemi di tale rilevanza.
“Questa è una scelta di responsabilità nei confronti dell’opera stessa e delle attese maturate come risposta ambientale ai noti problemi causati dai Pfas – sottolinea il presidente del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo, Fabrizio Bertin – abbiamo scelto di intervenire direttamente perché, davanti a un’opera di questa importanza e già realizzata per oltre il 70 per cento, non potevamo limitarci ad attendere che si definisse la copertura dell’intero fabbisogno. Esisteva concretamente il rischio che i lavori si fermassero e che l’opera rimanesse un’incompiuta. Era inoltre necessario garantire la continuità dei lavori: uno stop avrebbe potuto comportare non solo un rallentamento dell’intervento, ma anche un ulteriore aumento dei costi, costringendo l’Ente a una continua rincorsa per adeguare le risorse disponibili. È una dinamica che abbiamo già patito, ad esempio, con lo sbarramento antintrusione salina del Brenta e che tutt’ora ne pregiudica la realizzazione. Sappiamo che il ricorso al credito rappresenta un impegno nei confronti dei consorziati – prosegue Bertin –. Proprio per questo interveniamo con risorse nostre, chiedendo parallelamente che le istituzioni facciano la loro parte. Non ci sottraiamo alle nostre responsabilità, ma ce ne assumiamo una grande, certi che i consorziati comprendano l’improcrastinabilità di questa decisione. Il nostro territorio è fragile e interconnesso: il principio mutualistico del Consorzio significa proprio questo. Oggi uniamo le risorse per risolvere una criticità complessa che colpisce questo bacino; domani saremo pronti a fare esattamente lo stesso per tutelare un altro settore del comprensorio, garantendo a tutti pari dignità e sicurezza idrica”.
L’onere finanziario dell’operazione ricadrà, in parte, sulla contribuenza consortile. Considerando l’importo massimo di 5 milioni di euro e un ammortamento ventennale, la stima effettuata in occasione dell’Assemblea indica un’incidenza annuale delle rate sulle entrate contributive compresa tra il 2,19 e il 2,48 per cento, pari indicativamente a 2,20-2,50 euro ogni 100 euro di contribuenza. Un valore previsionale, che dipenderà dalle effettive condizioni del finanziamento e dall’importo che sarà effettivamente utilizzato.
Una volta completato, il “Tubone” consentirà di trasferire fino a 2.500 litri al secondo di acqua dell’Adige attraverso una condotta in pressione, riducendo le perdite per infiltrazione ed evaporazione lungo il percorso e alimentando cinque punti di presa e adduzione dotati di sistemi automatizzati e telecontrollati. I cinque punti potranno essere utilizzati e turnati in funzione delle esigenze, consentendo una gestione più mirata e parsimoniosa dell’acqua. Un modello di irrigazione che guarda al futuro, in un contesto nel quale la disponibilità della risorsa idrica è destinata a diventare sempre più preziosa e richiede sistemi capaci di utilizzarla con maggiore efficienza. “Il nostro obiettivo è arrivare alla conclusione di un’opera attesa da anni – conclude Bertin –continuando contemporaneamente a chiedere alle istituzioni il sostegno necessario a un’infrastruttura che ha un valore che va ben oltre il solo perimetro del Consorzio”.
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